Lignaggio al femminile

Liberamente tratto da Les Matriarches du Zen di François Dosan Loiseau, Copymedia 2016

Fin dalle origini del Sangha buddhista, le donne ebbero difficoltà a ottenere l’ordinazione monastica da parte del Buddha Shakyamuni. Mahapajapati, zia materna e madre adottiva del Buddha, fu la prima a chiederla, ma le fu rifiutata per tre volte; la stessa cosa successe anche a Yasodhara, moglie di Shakyamuni.

Alla fine, grazie all’intercessione di Ananda, il Buddha accettò di costituire il Sangha femminile, ma alle monache impose 94 precetti in più rispetto ai monaci. Molti di questi precetti tendono a mettere le monache in totale soggezione rispetto ai monaci. Ad esempio, una monaca ordinata anche da molti anni deve sempre rendere onore a un monaco maschio, anche se ordinato da un solo giorno; in nessun caso una monaca può insultare un monaco; le monache non hanno il diritto di rimproverare i monaci, mentre i monaci possono rimproverare le monache; e via di questo passo.

E comunque, sempre secondo la Tradizione, il Buddha espresse la sua perplessità nella frase: “Il Dharma sarebbe dovuto durare mille anni… Ora che le donne sono state ammesse nel Sangha, ne durerà solamente cinquecento.” Nello stesso tempo, però, in un Sutra del Samyutta Nikaya¹, afferma: “La cosa più importante è il Veicolo (cioè la pratica della Via). Sia uomini che donne, chiunque salga sul Veicolo raggiunge il Nirvana”.

Ma allora, come conciliare questi insegnamenti contraddittori, per cui da una parte afferma che la potenzialità del Risveglio è presente indifferentemente sia negli uomini che nelle donne, e dall’altra stabilisce regole monastiche differenti e molto più restrittive per le monache?

Nell’Agganna Sutta² il Buddha spiega l’origine del mondo e degli esseri, e di come da un tutto indifferenziato – l’Ordine cosmico, il Dharma – sia apparsa la distinzione dei sessi, il sistema delle caste e l’organizzazione sociale del mondo. Desiderio e attaccamento alla soddisfazione del desiderio ingenerano la dualità: desiderio-repulsione, attrazione-rigetto, amore-odio, ecc. Ma “all’origine” non esiste la dualità dei sessi, e quindi nessuna superiorità-inferiorità.

La distinzione sessuale degli esseri, inizialmente indifferenziati, si ingenera come evoluzione dualista di tutti i fenomeni: giorno-notte, caldo-freddo, alto-basso, vicino-lontano, buono-cattivo. L’ordine delle cose ha per natura uno stato unico e indifferenziato, che si manifesta attraverso l’apparizione dei fenomeni multipli e differenziati, causati da certe condizioni, come il desiderio di appropriazione e le sue conseguenze. Queste differenziazioni tra i fenomeni sono chiamate “convenzioni”. La distinzione tra i sessi non è dunque altro che una convenzione. Ma questa convenzione perde ogni senso, ogni realtà, nel Risveglio, nella giusta visione delle cose così come sono. La realtà del Dharma è l’unicità, mentre la realtà convenzionale è la molteplicità. E nel Risveglio questa molteplicità è vista per ciò che è, illusoria.

Buddha Shakyamuni non intendeva rivoluzionare lo stato sociale del suo tempo, pur non approvandone le ingiustizie. Intendeva invece insegnare a ciascun individuo la via per vincere l’ignoranza che produce ogni sorta di karma negativo e ingabbia l’individuo nella sofferenza. Doveva inoltre proteggere la sua missione dall’ostilità dei brahmani, che poteva diventare pericolosa per la diffusione del Dharma e per la sopravvivenza del Sangha. E dunque, la creazione di un Sangha femminile alle stesso condizioni del Sangha maschile avrebbe potuto avere risvolti troppo rischiosi per il Dharma stesso.

A quei tempi, accordare alle donne la possibilità di pensare autonomamente e di scegliere il Buddha Dharma come guida della propria vita era impensabile agli occhi dei brahmani, per i quali la donna era figlia, sposa o madre, ma sempre sottomessa all’autorità di un uomo della sua famiglia.

D’altronde il Buddha era anche consapevole che la presenza di un Sangha femminile avrebbe spinto molte donne a chiedere l’ordinazione per sfuggire alla propria situazione, per desiderio di emancipazione più che per una reale vocazione al Risveglio; questo spiegherebbe la durezza dei Precetti.

Ma queste difficoltà, hanno impedito alle donne sulla Via del Buddha di accedere alla trasmissione del Dharma? No. Anche se i nomi dei Patriarchi, grandi maestri che si sono tramandati dall’uno all’altro la Lampada del Dharma nel corso dei secoli (e che, nella tradizione Zen, vengono recitati nel Gojushichi Butsu) sono tutti maschili, molte donne sono state a tutti gli effetti Daiosho³ della linea di trasmissione del Buddha Shakyamuni e possono essere considerate “Matriarche”.

Distingueremo quattro periodi: le Matriarche mitiche, le Matriarche indiane, le Matriarche cinesi, le Matriarche giapponesi.

Le Matriarche mitiche

Cinque sono le cosiddette Matriarche mitiche, le cui biografie sono perlopiù un insieme di elementi leggendari e storici:

  • Mahamaya, la madre del Buddha Shakyamuni, morta sette giorni dopo il parto. Viene citata nel Gandavyuha Sutra⁴ come Bodhisattva del senza-dimora e del non-attaccamento, la 41esima dei 52 saggi – di cui 20 sono donne – incontrati da Sudhana nel suo viaggio verso il Risveglio agli insegnamenti del Buddha.
  • Ratnavati, giovane donna di cui si parla nel Sagara Sutra (Sutra del Drago, XII capitolo del Sutra del Loto), che, durante una “battaglia del Dharma” con Mahakasyapa, primo Patriarca dello Zen, avrebbe sostenuto la possibilità per le donne di ottenere il Risveglio, e l’avrebbe convinto dell’assoluta mancanza di differenze tra uomini e donne; di lei, Buddha Shakyamuni avrebbe predetto il completo Risveglio.
  • Srimala, regina del Kosala, protagonista di uno dei primi sutra dello Yogaçara⁵, lo Srimaladevi Sutra⁶, in cui ella pronuncia i “Dieci grandi Voti”⁷ e formula la dottrina del Tathagatagarbha – l’essenza del Tathagata, la Natura di Buddha -, secondo cui tutti gli esseri possiedono in sé il seme della Natura di Buddha, e questo, se coltivato attraverso la pratica spirituale, maturerà nel Risveglio definitivo. Nel Sutra Buddha Shakyamuni pronuncia parole di elogio per questa dottrina ed esorta Srimala a insegnarla, ciò che equivale a una trasmissione del Dharma.
  • Prabhuta, giovane e bella seguace del Buddha, pienamente liberata e risvegliata, personificazione della pratica della tolleranza, fonte inesauribile di doni (cibi, bevande, abiti, fiori, profumi, gioielli) che dispensa senza fine. Citata nel Gandavyuha Sutra (vedi nota 4), è la 13esima dei 52 saggi incontrati da Sudhana.
  • Sinha Vijurmbhita, monaca rappresentata seduta sui troni a forma di leone sotto ciascuno degli splendidi alberi del Parco di Kalingavana, è la 24esima dei saggi incontrati da Sudhana (Gandavyuha Sutra, vedi nota 4). Insegna le dottrine del Mahayana agli dei e alle dee, agli uccelli e ai serpenti, e ai Bodhisattva di ogni rango. A coloro che già conoscono questi Insegnamenti, dà istruzioni specifiche sulla realizzazione del Samadhi⁸.

A cura di Chiara Daishin Grassi


Note:

¹ Samyutta Nikaya o Discorsi connessi, antica scrittura buddhista che costituisce la terza delle cinque raccolte del Suttapitaka.

² Agganna Sutta, antico sutra del Digha Nikaya, la prima delle cinque raccolte del Suttapitaka.

³ Daiosho (giapp. Grande Prete), titolo onorifico dato ai Maestri della tradizione Zen, usato nella recitazione quotidiana del lignaggio dal Buddha Shakyamuni.

⁴ Il Gandavyuha Sutra o Sutra della Ghirlanda risale al III-IV sec. d.C. circa, e fa parte dei sutra di origine indiana del Buddhismo Mahayana.

⁵ Yogaçara, scuola buddhista indiana sorta nel III sec. d.C., che ha profondamente influenzato il Buddhismo Mahayana, soprattutto nei lignaggi cinesi del Chan (e poi giapponesi Zen) e dello Zhenyan (e poi giapponesi Shingon).

⁶ Lo Srimaladevi Sutra o Sutra del ruggito del leone della regina Srimala risale al III sec. e tratta delle dottrine sulla natura di Buddha.

⁷ I “Dieci grandi Voti”, ossia i “Dieci Precetti maggiori” del Bodhisattva: 1. non uccidere, 2. non rubare, 3. non recare offese con la sessualità, 4. non mentire, 5. non vendere sostanze intossicanti, 6. non parlare degli errori degli altri, 7. non vantarti, non sminuire gli altri, 8. non essere geloso o avaro, 9. non serbare risentimenti, 10. non insultare i Tre Gioielli (cioè Buddha, Dharma e Sangha).

⁸ Samadhi, lo stato di calma raggiunto tramite la meditazione.