Mindfulness: cosa significa da un punto di vista Buddhista

Di Esteban Martinez1

Molte persone iniziano la pratica dello Shodo per le sue qualità di consapevolezza. 

L’attività di tracciare una linea e comporre un kanji unifica mente e corpo e può portare chiarezza e rilassamento nei compiti di tutti i giorni. 

Conduciamo vite stressanti.abbiamo in mente lavoro, famiglia, affari, relazioni, e un miliardo di altre cose. Poiché siamo sempre sotto pressione, aneliamo, anche solo per un momento, a sfuggire dalle nostre menti. Quindi una pratica di consapevolezza come lo Shodo è molto attraente. Dato che molte persone collegano lo Shodo alle pratiche, oggi di moda, di ‘meditazione di consapevolezza’, vorrei evidenziare alcune differenze importanti fra mindfulness e meditazione da un punto di vista buddhista.

Ho iniziato a studiare Buddhismo Zen nel 1998 mentre partecipavo a un training intensivo estivo di Aikido. Da allora, ho praticato zazen in diversi dojo e seguito una pratica regolare a casa. Nel frattempo ho anche partecipato a ritiri di meditazione Zen condotti da insegnanti Zen riconosciuti nel lignaggio Rinzai. 

A causa del mio training nello Zen, nella calligrafia e nelle arti marziali, sono giunto a comprendere la discrepanza fra l’interpretazione generale della pratica di mindfulness e cosa si intende da una prospettiva buddhista Zen.

Al giorno d’oggi le persone si rivolgono alla meditazione di consapevolezza come un mezzo per chiarire la mente, rilassarsi e  trovare la calma. 

Mindfulness e meditazione sono argomenti così di moda che Amazon elenca più di 50.000 risultati, cercando libri sull’argomento. Se cercate su YouTube, ci sono diverse centinaia di migliaia di video sulla meditazione di consapevolezza. Quasi ogni influencer, guru di auto-aiuto e minimalista, ha un video su come la meditazione ha trasformato la sua vita. Tutti offrono consigli su come meditare in modo che i loro follower possano raggiungere lo stesso livello di felicità. Altri spiegano come sono diventati più produttivi perché meditano ogni mattina, ottenendo così di rimanere focalizzati, eliminando le distrazioni. Le aziende stanno addirittura insegnando queste idee ai loro dipendenti per massimizzare la produttività e il benessere generale sul posto di lavoro.

Sfortunatamente, questi tipi di pratica meditativa, spesso presentati nel pacchetto ‘medita 10 minuti per 30 giorni per trovare la felicità’, portano a due grandi incomprensioni.

La prima è che la meditazione di consapevolezza sia uno stato in cui essere coscienti del momento presente, di conseguenza lasciando andare le preoccupazioni sul passato e il futuro. Questa consapevolezza del momento presente dovrebbe portare al rilassamento e alla felicità. Anche se parzialmente vero, questo è molto diverso da cosa si intende per consapevolezza da un punto di vista buddhista. La meditazione di consapevolezza ha migliaia di anni e si associa principalmente con le pratiche buddhiste. Nel secoli, molti maestri buddhisti, specialmente nella Tradizione Zen, hanno raffinato il metodo fino all’alto grado di efficienza praticato oggi nei centri di studio e nei monasteri Zen.

In un articolo di ricerca pubblicato nel Journal of Management Inquiry si rivela che molti studi e rapporti sulla mindfulness si concentrano solo sui benefici che la pratica ha sulla consapevolezza del momento presente e sull’effetto di riduzione dello stress. Tuttavia, la definizione di mindfulness in questo contesto occidentale è molto diversa dalle fonti canoniche buddhiste. In altre parole, la maggior parte delle pratiche di mindfulness implementate da molti professionisti e organizzazioni mancano della comprensione di cosa sia la consapevolezza nella tradizione buddhista. Quindi, la mindfulness viene ridotta a una tecnica di auto-aiuto. 

Questo approccio risulta addirittura pericoloso, quando viene sfruttato dalle aziende per promuovere il ‘non giudizio’ nell’ambiente lavorativo e far sì che gli impiegati accettino il loro lavoro, compresi casi in cui l’ambiente lavorativo può essere dannoso (Purser & Milillo, 2015)2. Gli autori di questo articolo sostengono anche che la mindfulness non è equivalente alla consapevolezza non-giudicante e che la consapevolezza buddhista non è soltanto una pratica per ridurre lo stress. Nel contesto di una pratica buddhista, la consapevolezza non è uno stato di rilassamento ma di realizzazione.

I testi classici buddhisti definiscono la consapevolezza come uno stato attivo di ‘mantenimento della memoriae ricordo ’; uno stato di realizzazione del proprio vero sé. è difficile, se non impossibile, definire a parole cosa sia il nostro vero sé. Lo Zen non trova una risposta intellettualmente. Piuttosto è necessario impersonare questa realizzazione, spesso chiamata risveglio –kensho-, e manifestarla nelle attività quotidiane.

Gli autori spiegano: “La consapevolezza Buddhista ha un chiaro obiettivo soteriologico: una trasformazione cognitiva di liberazione che riduce enormemente l’auto-referenzialità  rimuovendo le afflizioni mentali e gli stati malati della mente, aumentando la sensibilità etica, lo sviluppo morale, e una preoccupazione altruistica per il benessere di tutti gli esseri senzienti. 

La corretta consapevolezza si fonda su teoria e pratica incarnate, in prima persona e fondate eticamente. (Purser & Milillo, 2015)” 

L’incomprensione si basa sul pensare che la meditazione di consapevolezza sia un modo per sfuggire alla mente, mentre è piuttosto un modo per entrarci dentro e affrontarla di petto. 

La meditazione di consapevolezza è la ricerca di chi noi siamo.

Quindi, come può la meditazione Zen offrire il rilassamento e la felicità che le tendenze moderne promuovono? In effetti, non lo fa. O almeno, non è quello il suo scopo. L’idea che sedere in silenzio per lunghi periodi sia pacificante viene da persone che affrontano la meditazione soltanto dal punto di vista mentale e scartano completamente il ruolo che il corpo gioca nel raggiungere lo stato meditativo.

La seconda incomprensione è che la meditazione di consapevolezza venga raggiunta attraverso la mente,quando in effetti viene assorbita attraverso il corpo.

Le istruzioni di meditazione date nelle pratiche moderne dicono solo di chiudere gli occhi e focalizzarsi sul momento presente senza giudizio. Un aiuto viene anche dall’ascolto di una meditazione guidata per gestire meglio i pensieri vaganti. D’altro lato, la meditazione tradizionale Zen richiede il coinvolgimento del respiro e del corpo per entrare in uno stato meditativo. 

Gli occhi rimangono aperti con coscienza consapevole ed espandendo il campo visivo. 

Il respiro, guidato dal diaframma, è lento ma pieno, focalizzato su lunghe espirazioni profonde che impegnano i muscoli dell’addome. 

La postura a gambe incrociate sul cuscino con la schiena diritta, le spalle rilassate e il mento leggermente rientrato, viene usata come ponte che unifica mente e corpo in una sola unità in meditazione. All’inizio, la postura è impegnativa e può causare disagio e dolore fisico, da affrontare durante la meditazione.

Non esistono vere indicazioni su cosa fare della mente durante la meditazione. Ai principianti spesso viene detto di contare i respiri come aiuto per unificare corpo e mente, ma non c’è niente di più. Quando gli studenti hanno domande sullo stato mentale durante la meditazione, l’insegnante spesso indica come soluzione di correggere la postura o il respiro. 

La meditazione Zen è una cosa fisica, o ‘lavoro manuale’ come Greene Rōshi, responsabile del Wisconsin Zen Dōjō, ama dire. Se non consideriamo il ruolo del corpo nella meditazione, non stiamo veramente entrando in uno stato meditativo; piuttosto, tutto quello che facciamo è sedere inattivi con i nostri AirPod.

Quindi, perché diavolo qualcuno farebbe meditazione Zen? Questi video su YouTube ci dicono semplicemente di chiudere gli occhi per 10 minuti, non giudicare e stare nel momento presente. 

Lo Zen, d’altro canto, richiede che sediamo scomodamente su un cuscino per 45 minuti, respiriamo con tutta la nostra energia e affrontiamo la realtà del nostro vero sé. È difficile. Ed è probabilmente il motivo per cui la parola Zen è molto popolare, ma la pratica non lo è. 

Mentre meditazione e mindfulness sono argomenti popolari, i dōjō Zen non sono pieni di praticanti.

In realtà la meditazione Zen può portare la calma. La lotta fisica e mentale alla fine si placa. Ma serve tempo. Un sacco di tempo. Tuttavia, questo raggiungimento è solo un sotto-prodotto dello studio, possiamo chiamarlo un benefit dello studio, ma non è l’obiettivo della meditazione.

Per sopportare le sfide fisiche e mentali dello studio, il catalizzatore che ci porta al cosiddetto stato rilassato della mente, è la costante ricerca dell’auto-realizzazione e il confrontarci con la visione dualistica della vita umana: la separazione di mente e corpo, sé e altro, vita e morte.


Post pubblicato sulla newsletter http://www.gohitsushodostudio.com e tradotto da Diana Pace

Note

  1. Esteban Martinez è insegnante di Aikido, di Shodo e praticante Zen Rinzai. Tiene un blog sulla calligrafia gohitsushodostudio.com ↩︎
  2. Purser R.E. & Milillo J. (2015) Mindfulness revisited: A Buddhist-based conceptualization. Journal of Management Inquiry, 24(1) 3-24 ↩︎