Tutti i popoli in tutte le epoche hanno riconosciuto il ruolo cardine delle piante per la vita. È indubbio però che solo in periodi di calma (almeno relativa), stabilità e anche benessere è stato possibile estendere questo amore per le piante al loro valore estetico. E anche in questi casi, la realizzazione e la cura dei giardini era riservata per lo più alle classi agiate.
Pur essendo quindi un “lusso”, è interessante vedere come l’arte dei giardini esprima la visione che una società ha di sé e del suo posto nel mondo. In una breve serie di articoli cercherò di indicare in modo molto sintetico che “visione” emerge dai giardini cinesi e giapponesi.
Per quanto riguarda la Cina, purtroppo la Rivoluzione Culturale ha fatto scempio di tutti i famosi giardini storici, risalenti per lo più al periodo d’oro di questa arte (XVI sec.). Solo recentemente vengono ricostruiti, ma spesso più con l’obiettivo di creare parchi a tema o attrattive per il nuovo turismo di massa, che con un serio studio storico, filologico e botanico. Dalla letteratura è però possibile ricostruire l’approccio cinese verso il giardino.
Una fonte di riferimento è il famoso romanzo, capolavoro della letteratura classica cinese, Il Sogno della Camera Rossa. Dal romanzo emerge un giardino contemporaneamente “naturale” e “simbolico”. In esso si ritrovano i due pilastri della società e della cultura cinese, il Confucianesimo e il Taoismo. Del primo emergono il rispetto delle regole e della tradizione, l’esaltazione delle virtù e dello studio. Del secondo, la stretta relazione fra Unità e Molteplicità, l’equilibrio dinamico e la continua trasformazione di tutti i fenomeni, dei cicli energetici che si espandono verso il “macro-cosmo” e si dettagliano nel “micro-cosmo”.
I giardini cinesi si ispirano sempre a paesaggi naturali e tendono a fornire delle riproduzioni, non letterali ma soprattutto come evocazione delle sensazioni e dei sentimenti evocati dai paesaggi “veri”. E tale evocazione veniva rafforzata, o resa più esplicita, da citazioni letterarie poste a segnare punti o scorci che il padrone di casa considerava particolarmente interessanti, in modo da arricchire l’esperienza di chi passeggiava in giardino.
Viceversa, dalle descrizioni letterarie dei giardini emerge l’intima connessione fra le immagini esteriori, la loro percezione, e le sensazioni ed emozioni generate. Ad esempio: “un piccolo padiglione rosso sta presso un ponte, anch’esso piccolo e rosso; vicino al padiglione, sugli alti salici, friniscono centinaia di cicale”. La descrizione, apparentemente didascalica, contiene un senso del ritmo, sia spaziale che di colori, e fa saltare alla nostra immaginazione un quadro anche sonoro; è una sera d’estate.
La realizzazione di giardini era intesa come arte interdisciplinare perché il giardiniere era un artista a 360°: botanico, paesaggista, pittore, letterato, calligrafo, scultore. Il senso del dinamismo veniva ottenuto giocando sui contrasti: perenne ed effimero (rocce, piante sempreverdi e fioriture fugaci) ma anche macro e micro (montagne, fiumi, cascate e spazio chiuso, oppure viste inquadrate in scorci rubati).
Un altro aspetto peculiare di questi giardini era l’importanza dello spazio e del respiro. La visione dinamica basata sull’energia che tutto pervade e tutto trasforma condiziona un uso dello spazio e anche del tempo mai chiusi o fermi, anche quando lo spazio a disposizione è limitato e gli elementi strutturali sono apparentemente statici (rocce, piante sempreverdi).
Un esempio di questo approccio è l’arte delle pietre. Secondo una consolidata tradizione, il capofamiglia sceglieva alcune rocce e le poneva nei torrenti, in modo da farle trasformare dalla lenta ma inesorabile azione dell’acqua. Le pietre venivano addirittura lasciate in eredità ai propri figli. Azione paradigmatica, gesto singolo (porre una pietra in un torrente) come promessa di una ricchezza e bellezza futura di cui non è possibile prevedere il risultato o l’effetto.
E fra i maestri giardinieri alcuni erano specializzati nel vedere e saper cogliere il lato più adatto e la posizione migliore per esaltare la bellezza emersa dall’azione dell’acqua e degli altri elementi (vento, temperatura) attraverso il tempo. A differenza dei giardini giapponesi, che vedremo nel prossimo articolo, non esiste uno “stile” particolare per i giardini associati ai templi. Anzi, la maggior parte dei giardini erano disegnati e realizzati per alti dignitari o funzionari civili o militari.
Un esempio di giardino “religioso” è invece Shizi lin, oggi noto come “Bosco dei Leoni”, a Suzhou, costruito nel XIV sec. da un monaco buddhista, Seng Tianru, dietro un tempio, per esprimere il percorso verso l’Illuminazione seguito dal suo maestro Zhong Feng.
Per approfondire questo argomento vi consiglio la lettura de “I Giardini Cinesi”, di Chen Congzhou, edito da Franco Muzzio.
D.P.

