I sagrin del Tenzo

Lo scorso anno ho iniziato a dare una mano al Tenzo del nostro dōjō e ad imparare i rudimenti del ‘come’ si cucina per un sesshin.

Bene. Il week end di pratica in cui per la prima volta ho avuto l’incarico di Tenzo ero teso e un po’ spaventato: il momento era importante, e anche se potevo usufruire della supervisione, in ogni caso dovevo metterci del mio, mettermi in gioco… e non bastava dire di saper cucinare – quello lo so fare, cucino sempre io a casa – ma di farlo secondo la Tradizione Zen.

Mi ha preso l’ansia da ‘prima volta’.

Il confronto pratico e reale con la ‘giusta misura’1 mi ha colpito in faccia come un gancio sinistro ben dato.

Ma certo cosa ci vuole per fare l’okayu2? … 1 tazza di riso per 6 di acqua per quattro persone, siamo dodici e quindi moltiplica per tre, metti sul fuoco ed è fatta… come no!

Eccolo lì che si attacca tutto al fondo della pentola, l’acqua svanita nel nulla, e inutile dare colpa al riso o al fornello. Solo mia la responsabilità per non aver fatto attenzione.

Il salvataggio avviene in extremis, e così per due mattine i miei compagni di pratica si sono visti rifilare un okayu che al massimo poteva essere un brodino di riso, non certo la zuppa cremosa a cui ci ha abituato il Tenzo ufficiale.

Ho provato sulla mia pelle che nessuna ricetta ti può salvare, ma che devi essere sempre sul pezzo, concentrato e pronto a gestire l’emergenza in qualsiasi forma si presenti, ma è proprio vero che “vincenti o perdenti non importa, ma quasi mai secondo i propri piani”.3

Sostituire il nostro tenzo è come entrare in campo al posto di Johan Cruijff: puoi giocar bene finchè vuoi, ma non sarà mai la stessa cosa. 

Certo è che ad allenarsi con quelli bravi di sicuro si impara sempre qualcosa.

Col tempo e in altri sesshin, in particolare quello estivo di una settimana, ho capito che il punto non è cercare di essere sempre perfetti, ma accettare ed integrare gli sbagli. In questo primo anno sono stati tutti molto comprensivi, e ho infilato anche un paio di bei colpi…ricordo ancora con una certa soddisfazione per la cottura al dente degli spaghettoni o il sugo di seitan piaciuto a tutti.

Di sicuro fare il tenzo non è un gioco da ragazzi, in cucina i blues dell’anima, sì, i sagrin4 del titolo, affiorano come quando si è seduti in zazen.

In cucina i tuoi blues si presentano sotto tante forme, come le nostre illusioni: nel folletto che nasconde la fiammella del forno, e come è possibile? la manopola è sul massimo, ma i pomodori sono ancora crudi; o nel piccolo demone dispettoso che si diverte ad alzarla al massimo sotto la pentola dell’okayu – niente altro che un altro modo per dire, scherzosamente, che mi sono distratto seguendo i blues e ho fatto casino.

Preparare il pasto per la comunità è sempre un insegnamento: qualsiasi cosa si faccia, occorre restare concentrati e applicarsi a tutti i dharma, ovvero i fenomeni che si manifestano e che implicano la nostra risposta, diretta, viva.

Come si tagliano gli ingredienti? Non bisogna dimenticare che si mangia nelle ciotole usando gli hashi5 per giunta, e quindi tagliare una carota troppo sottile significherà mettere in difficoltà i meno esperti, costretti ad infilzare in qualche modo quel dannato pezzo di verdura, magari usando le meno canoniche mani nude, con cui invece mi strozzerebbero volentieri se mi avesse lì in quel momento. 

A ciò si aggiunge la preoccupazione per i miei compagni seduti a gambe incrociate nei lunghi zazen – benché non sia uno scherzo nemmeno stare in piedi a cucinare, non c’è confronto! – che si aspettano del buon cibo che li conforti un poco, non certo delle deludenti verdure galleggianti in una brodaglia indistinta. Si fa presto a creare false aspettative… 

Come si sostiene lo sforzo profuso dai praticanti di un ritiro intensivo?

Come si comunica attraverso il cibo la realtà dello zazen? 

Domande che valgono una vita, e a cui solo un Tenzo esperto può rispondere adeguatamente con la sua cura e la sua dedizione.

‘Quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare, insegna il grande maestro John Belushi, ed allora decido di proseguire nello studio dell’arte del Tenzo… e conto sulla grande compassione dei miei compagni che, avendo fatto voto di salvare tutti gli esseri, sapranno stoicamente sopportare questo mio apprendistato.

E voi, quando leggerete queste righe, fatelo ascoltando ‘You Can Get It If You Really Want.’6

Dimenticavo! Volete sapere la ricetta dell’okayu?

L’ho accennata sopra: per quattro persone prendete una tazza e riempitela di riso, quindi lavatelo per bene strizzandolo con la mano fino a che l’acqua del risciacquo non sia chiara, aggiungete sei tazze di acqua e mettete sul fuoco molto basso, con una retina spargifiamma mi raccomando!

Lasciate cuocere, coperto, almeno tre ore, fino a che l’acqua non sia del tutto consumata.

Al mattino in una pentola, dove avrete messo due dita di acqua fredda, aggiungete il riso che ha riposato tutta la notte e portate a bollore fino a che non risulta cremoso; quindi, servite accompagnandolo a del gomasio appena fatto, se possibile.

Ma, se volete mangiarlo come si deve, partecipate ad uno dei nostri sesshin, quando cucina il vero Tenzo, naturalmente, e non questo apprendista stregone!